“DUE O TRE COSE CHE SO SULL’UCRAINA” di Dario Quintavalle*

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[Carta di Laura Canali]

*http://temi.repubblica.it/limes/due-o-tre-cose-che-so-sullucraina/58454

Articolo originariamente pubblicato su MagnificaMente!

La crisi di Kiev come tappa di una partita più grande che ripropone scenari da guerra fredda e conferma l’inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea. Con una novità: la Cina ha messo un (altro) piede alle porte dell’Europa.

Ho vissuto e lavorato in Ucraina. Così gli amici mi chiedono di questo paese – noto da noi solo per qualche giocatore, per la bellezza delle sue donne, e perché è la patria d’origine delle badanti – e di cosa stia succedendo.

Ho collaborato nell’arco di 3 anni a un grande progetto europeo sulla giustizia e avrei dovuto partecipare a una missione della Commissione europea proprio nella prima settimana di febbraio, che è stata cancellata per le violenze di piazza.

Sono molto impressionato dal vedere le foto degli scontri: riconosco dai dettagli dove sono state scattate, conosco a memoria i luoghi dove si svolgono, lì avevo casa e ufficio.

L’Ucraina è molto grande, molto variegata e molto corrotta. Kiev è stata la sede del primo Stato Russo, la Rus’ di Kiev, appunto, il grande dominio degli slavi d’oriente. Il Dniepr era la via di transito tra Baltico, Mar Nero e Costantinopoli, e i primi governanti degli slavi furono vichinghi.

Poi il potere si spostò sempre più a nord, fino a Mosca. L’attuale Ucraina divenne parte del Granducato Polacco-Lituano e terreno di battaglia del confronto tra svedesi e russi, i primi sconfitti a Poltava.

Questo spiega l’interesse prevalente di Polonia, Lituania e Svezia, tra gli stati membri dell’Unione, negli affari dell’Ucraina.

Una parte dell’Ucraina – quella dove più si parla la lingua ucraina, che è differente dal russo – è rimasta unita alla Polonia e ne ha seguito il destino fino alla dissoluzione dell’impero austroungarico. Leopoli è una città manifestamente mitteleuropea.

Il resto è stato inglobato nel dominio russo. La Russia si è poi estesa a sud, sulla costa, scacciandone le popolazioni tartare e fondando la città di Odessa. Questo spiega perché il sud è prevalentemente russo.

La storia spiega perché il paese sia diviso tra russofoni e ucrainofoni. Esiste anche un’altra faglia, che è quella religiosa. Sul Dniepr furono battezzati gli slavi, da san Vladimiro, poco prima dello Scisma d’Oriente. Qui è dunque nata la chiesa ortodossa russa, una tradizione che segue e si distingue da quella greca, un tempo prevalente con Bisanzio.

La parte a est è cattolica, di rito ruteno. Si tratta di una chiesa che – sotto i polacchi – ha conservato il rito ortodosso, ma che è tornata all’obbedienza a Roma e per questo è vista come fumo negli occhi dal Patriarcato di Mosca ed è un motivo di scontro tra questo e il Vaticano.

La divisione è infine economica: l’occidente ha una chiara identità nazionale, ma non ha un’economia. L’est ha una base economica, ma la sua identità è debole, ed è persino difficile distinguere tra ucraini russofoni e russi etnici tout court.

L’estrema permeabilità di questa zona con la Russia è illustrata dal fatto che fino a pochi mesi fa il confine con la Russia non era segnato. Poi la Federazione ha cominciato a stendere filo spinato e posti di frontiera per dare un chiaro segnale di come i rapporti potrebbero cambiare se l’Ucraina si avvicinasse all’Occidente.

La base industriale ucraina è data dalle sue acciaierie. La siderugia alimenta l’industria pesante (qui si producono missili balistici e gli enormi aerei cargo Antonov) che è molto richiesta dal mercato dei paesi emergenti.

Si tratta però di impianti vecchi e assurdamente antiecologici. Qui hanno la loro roccaforte i grandi oligarchi, gli Akhmetov, i Firtash (che ha recentemente comprato la filiale ucraina di Banca Intesa), i Pinchuk. Uomini dal potere economico enorme, in un paese dove il reddito medio è sotto i 300€ al mese.

Il paese è fortemente dipendente dalla Russia per il suo export e per gli approvvigionamenti energetici: senza il gas russo si morirebbe di freddo. Il 60% del gas russo verso l’Europa passa da qui attraverso una rete di pipelines. Le infrastrutture sono vecchie e cadenti, risalendo al periodo sovietico: nulla, ma proprio nulla, è compatibile con i rigidi standard europei. Se volete fare un viaggio da brivido, basta prendere un ascensore a Kiev.

Le divisioni tra partiti politici corrispondono grosso modo a quelle linguistiche ed economiche. Yanukovich, l’attuale presidente, è un’espressione dell’est filorusso, e della lobby degli oligarchi, ed ha forti difficoltà ad esprimersi correttamente nella lingua nazionale (oltre ad avere qualche precedente penale). Le proteste sono concentrate soprattutto a Kiev e all’ovest.

La storia spiega perché l’Ucraina abbia uno sguardo strabico: da una parte si sente, vagamente, legata all’Occidente, dall’altra ha forti legami con la Russia. I nazionalisti hanno cercato di costruire l’identità nazionale soprattutto in antitesi con la Russia, narrando la storia di un’Ucraina vittima della sorella maggiore.

E certo, l’holodmor, il grande genocidio per fame è una pagina tetra e ancora scarsamente esplorata dello stalinismo. Nondimeno, sotto l’Unione Sovietica il peso del paese e delle sue leadership fu notevole: tanto Chruščëv che Brezhnev venivano dall’Ucraina.

Nei 22 anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, il paese ha vissuto sotto un compromesso: non scegliere di andare da nessuna parte. Così se n’è andata la gente. Per strada a Kiev si vedono curiosi festoni che raccomandano “Ljubite Ukrainu”, amate l’Ucraina.

Ma la risposta è stata una emigrazione di massa, che colpisce soprattutto la popolazione più istruita (il creatore dell’app più pagata del momento, WhatsApp, per esempio, è un emigrato ucraino), impoverendolo demograficamente. L’Ucraina è un paese enorme, ma sottopopolato.

La stasi è una delle sensazioni più nette che si prova(va)no viaggiando per l’Ucraina. La depressione era nell’aria.

Per dare un’idea del modo in cui gli ucraini guardano al futuro, basti il poco incoraggiante titolo dell’inno nazionale: “L’Ucraina non è ancora morta”… Mentre le piccole repubbliche baltiche si liberavano del loro passato sovietico ed entravano nell’Unione Europea, nella Nato e nell’Eurozona, mentre gli altri paesi dell’ex-Patto di Varsavia decollavano (la ricchezza pro-capite della vicina Polonia era uguale a quella dell’Ucraina, ora è 3 volte maggiore), la grande Ucraina è rimasta bloccata, senza un progetto e senza un’idea, smarrita in un limbo senza tempo. Persino le statue di Lenin erano ancora al loro posto, prima di essere abbattute finalmente solo un paio di mesi fa.

La stasi è stata il prezzo dell’unità nazionale: già Huntington, nel suo capitale “Clash of Civilizations” definiva l’Ucraina un torn country, un paese lacerato dalla faglia est-ovest, e ne pronosticava la secessione. Una volta che il paese si è trovato a dover scegliere in che direzione andare, la lacerazione è diventata evidente e drammatica.

Yanukovich è paradossalmente colui che ha portato l’Ucraina più vicino all’Europa, rispetto ai suoi predecessori. È probabile che la sua intenzione fosse sin dal primo momento di non concludere l’accordo di associazione con l’Ue e invece di schierare il suo paese con la Russia, che metteva sul tavolo dollari fruscianti.

Ma ha giocato malissimo la partita, soffrendo fondamentalmente del provincialismo di cui è affetta la classe dirigente del suo paese, che non parla lingue straniere e non ha viaggiato, e da buon politico ex-sovietico ha pensato di poter avere facilmente ragione della piazza col pugno di ferro.

Le manifestazioni di Maidan Nezhaleznosti, Piazza Indipendenza (per inciso, maidan significa piazza, ma i giornalisti italiani continuano a dire “piazza maidan”…) sono un salutare segnale di risveglio di un paese dove praticamente non esiste una società civile, associazionismo e le persone sono intrappolate in un indifferente individualismo o, al massimo, familismo.

EuroMaidan è certamente assai più spontanea della cosiddetta Rivoluzione arancione di qualche anno fa, pesantemente influenzata dall’estero.

È certo una grande ironia della storia che le più forti manifestazioni pro-europee si svolgano, di questi tempi, a Kiev, mentre in Occidente la disaffezione e disillusione dei popoli verso l’ideale europeo è palpabile.

Ma l’Ucraina è una pedina di un gioco più grande: per i russi è una irrinunciabile componente della sua identità e del progetto di Unione Euroasiatica. Per gli Usa è stata probabilmente una buona occasione per mettere in imbarazzo sia Putin (reduce da un 2013 pieno di successi diplomatici, a partire dalla Siria, e che sia apprestava a celebrare il suo trionfo alle Olimpiadi di Sochi), sia l’Unione Europea.

Come già in passato gli Usa avevano caldeggiato l’adesione della Turchia alla UE, con l’obiettivo di espanderla e di diluirla, così oggi potrebbero vedere nell’Ucraina – povera, controversa, concorrenziale in agricoltura, ma enorme e troppo grossa da infrastrutturare – il candidato ideale per indebolire definitivamente il progetto europeo.

Del resto, la crisi ucraina ha già dimostrato la debolezza e l’inconsistenza della cosiddetta politica estera comune europea.

L’intera faccenda dell’accordo di associazione è stata appaltata agli Stati membri che per le ragioni dette sopra avevano maggiori legami con l’Ucraina (Polonia, Svezia e Lituania), mentre l’accordo tra Yanukovich e l’opposizione è stato mediato dai ministri degli esteri di Germania, Francia e Polonia, scavalcando la poco apprezzata baronessa Ashton, nominalmente ministro degli Esteri dell’Unione Europea, che comunque a Kiev ha avuto finalmente un minuto di gloria (“la nuova Caterina la Grande” è stata definita dai quotidiani locali, con notevole esagerazione).

L’Italia – che è il secondo partner commerciale dell’Ucraina, il primo importatore nell’Europa Occidentale, che ha legami storici con il paese (in Crimea sono le grandi fortezze veneziane e genovesi, e un’antica comunità italiana), che ospita una comunità ucraina di 300 mila persone – come al solito era assente dalla scena.

L’Europa, a voler essere benevoli, ha dimostrato una forte confusione quanto agli obiettivi da raggiungere, scarsa conoscenza del terreno e della storia (per esempio identificando in Julja Timoshenko un leader credibile e unificante), contraddittorietà nelle sue molteplici espressioni, tanto che il vicesegretario di Stato Usa Viktoria Nuland è stata intercettata dai russi mentre commentava “fuck the Eu!”.

Sostanzialmente la Ue ha la grave colpa di aver destabilizzato il paese senza avere una exit strategy e senza aver calcolato la particolare suscettibilità russa. In un mondo ancora dominato dall’hard power, gli europei hanno confidato troppo nel linguaggio del soft power, fatto di democrazia e rule of law, ma senza offrire mai la prospettiva della full membership. 

L’Unione Europea, del resto, già con 28 Stati membri è ingestibile, e il referendum svizzero ha segnalato una enlargement fatigue derivante da una politica di frontiere troppo aperte – un sentimento che probabilmente sarebbe condiviso anche dagli altri cittadini europei, se solo fossero lasciati liberi di esprimersi.

Solo la Russia finora si era offerta di pagare il debito pubblico ucraino – che è stato appena declassato da Standards and Poor’s a CCC, ben al di sotto di quello greco, ed è quindi pericolosamente sull’orlo del default. Questo nonostante il pil del paese cresca all’invidiabile tasso del 2% annuo.

Insomma, l’Ucraina è in mezzo ad attori che non sanno esattamente cosa farne, e che non vogliono pagarne il conto.

Gli eventi di questi giorni si susseguono concitati, ed è difficile dire che cosa succederà. Anche se Yanukovich (che mentre scrivo ha abbandonato la capitale) si dimettesse, non si può ignorare che egli rappresenta una parte importante del paese che non ha minimamente partecipato agli scontri. Yanukovich non è un dittatore, ma un presidente eletto, anche se con parecchi brogli. Finito lui, la sua constituency e gli oligarchi troveranno qualcun altro.

Personalmente non credo allo scenario estremo, quello di una completa scissione del paese. Meno improbabile è il distacco di alcune parti, come la Repubblica autonoma di Crimea, che è in Ucraina solo perché regalata da Chruščëv, che è unita al resto dell’Ucraina da uno stretto istmo (e potrebbe invece essere facilmente unita alla Russia da un ponte sopra lo stretto di Kerch) e che ha un’importanza fondamentale per la Russia, ospitando la grande base della flotta meridionale a Sebastopoli.

Uno scenario molto simile a quello delle vicine repubbliche caucasiche dell’Abhazia (molto vicina alla sede olimpica di Sochi) e dell’Ossezia, resesi indipendenti dalla Georgia, sotto protettorato militare russo.

L’Ucraina intanto rischia di diventare preda delle potenze emergenti. Il paese è sostanzialmente un’enorme pianura agricola, percorsa da fiumi grandissimi, con un terzo del miglior terreno fertile del mondo, del tutto sottoutilizzato (non ho mai visto moderni macchinari agricoli).

Già 100 mila ettari sono diventati l’anno scorso proprietà di una corporation cinese e dovrebbero diventare nei prossimi anni 3 milioni: si tratta del 5% del territorio dell’intero paese. Non a caso Yanukovich dopo la Russia ha visitato anche la Cina.

La Cina (ed altri paesi che hanno abbondanza di valuta e poco terreno coltivabile e acqua, come i paesi arabi) è interessata a investire in acquisizioni territoriali, anche per esportarvi manodopera in eccedenza. È il fenomeno del cosiddetto “land grabbing”, che finora ha riguardato l’Africa.

Agli occhi dell’attuale oligarchia ucraina, il pregio della politica estera cinese è di non mettere mai in discussione i regimi politici con cui commercia. Un atteggiamento ben più conciliante rispetto alle pesanti conditionalities che pone l’Unione Europea.

Insomma, mentre Russia e Occidente ripetono vecchi scenari figli della guerra fredda, il terzo incomodo fa buoni affari e mette un piede alle porte dell’Europa.

Per approfondire: La battaglia per l’Ucraina, nel contesto

Articolo originariamente pubblicato su MagnificaMente!

24.02.2014
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