“RUSSIA O EUROPA? RIVOLUZIONI, OLIGARCHI E IL FUTURO DELL’UCRAINA” di Stefano Grazioli*

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[Kiev, proteste di EuroMaidan. Foto © Alexandra (Nessa) Gnatoush, fonte Publicseminar.org]

*http://temi.repubblica.it/limes/russia-o-europa-rivoluzioni-oligarchi-e-il-futuro-dellucraina/57291

Dopo il vertice di Vilnius e le proteste di queste settimane, si ripropone a Kiev l’eterno dilemma tra Mosca e Bruxelles. I numerosi cambi di rotta degli ultimi 15 anni e gli interessi diversi da rappresentare: affaristi o piazze.

La rinegoziazione degli accordi del 2009 è stata al centro dei rapporti tra Mosca e Kiev negli ultimi 3 anni. Le richieste ucraina di riduzione sono state accolte solo nel dicembre dello scorso anno, quando gli accordi Cremlino-Bankova hanno fissato temporaneamente il prezzo a 268 dollari per 1000 metri cubi.

La vicenda è fondamentale per comprendere quali ragioni abbiano alla fine spinto Yanukovich a prendere la strada della Russia e non quella dell’Unione Europea. In primo luogo l’Ue ha posto condizioni che la Bankova non voleva e non poteva soddisfare, cioè la liberazione di Yulia Tymoshenko.

La strategia della fermezza adottata da Bruxelles (con la Germania a guidare gli intransigenti, mentre altri paesi, Polonia in primis, avrebbero gradito posizioni meno irreprensibili, tanto che il presidente Bronislav Komorovksi è arrivato a dire che l’Aa avrebbe dovuto essere firmato anche con l’eroina della rivoluzione dietro le sbarre) ha offerto l’alibi a Yanukovich per cambiare rotta.

In secondo luogo la disastrosa situazione economica del paese, non ancora ripresosi dalla crisi del 2008-2009, ha imposto scelte pragmatiche.

Buona parte degli oligarchi vicini all’attuale presidente, soprattutto quelli attivi nel settore energetico (uno su tutti Dmitri Firtash), hanno tenuto una posizione filorussa, ben sapendo che gli obblighi derivanti dal futuro Dcfta avrebbero inciso in maniera negativa sui loro business.

Inoltre gli aiuti promessi da Mosca, al contrario di quelli che sarebbero potuti arrivare dall’Ue e dal Fondo Monetario Internazionale (le trattative con Washington per un programma di finanziamenti di 15 miliardi di dollari sono rimaste anch’esse nel congelatore), non sono sottoposti a un sistema di controllo e di garanzie di stampo occidentale.

Ciò significa che Yanukovich, ammesso e non concesso che nel futuro prossimo si arrivi a un patto di ferro con il Cremlino che regoli i dossier ancora sul tavolo (primo su tutti quello dell’entrata nell’Unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan, e dal 2015 nell’Unione Euroasiatica), potrà contare sull’appoggio di Mosca in vista delle elezioni presidenziali previste proprio nel 2015.

È su questo appuntamento che si gioca il futuro del paese: in passato a ogni giro di boa il nuovo inquilino della Bankova ha cambiato (provvisoriamente) il corso della politica estera, lasciando sostanzialmente invariata la situazione economica e sociale interna – motivo per cui con regolarità si è assistito a insurrezioni popolari di varia portata.

Anche il 2014-2015 si presenta come spartiacque. Al momento ci sono molte incognite, legate alle proteste antigovernative e alle successive dimissioni del premier Mykola Azarov (metà gennaio 2014). La non-firma dell’Accordo di associazione con Bruxelles ha allargato il fossato tra elite al potere e opposizione.

Anche all’interno del Partito delle regioni (Pr) che fa capo a Yanukovich si è manifestato il dissenso della minoranza europeista, che però non ha intaccato la tenuta della maggioranza governativa.

A sua volta, la troika dell’opposizione guidata da Vitaly Klitschko (Udar), Arseni Yatseniuk (Batkivshchyna) e Oleg Thyanibok (Svoboda) sembra troppo eterogenea per costituire un’alternativa in blocco al Pr.

Il fatto stesso che ognuno dei tre leader abbia intenzione di presentarsi nel 2015 come singolo candidato, escludendo un’alleanza con gli altri, è indicativo di come sia in realtà poco coesa un’opposizione che al di fuori del collante anti-Yanukovich non ha un programma comune.

Persino le istanze europeiste non sono condivise da tutti, visto che i nazionalisti di destra di Svoboda sono per natura critici di fronte ad architetture sovranazionali e seguono la linea dei partiti populisti ed euroscettici presenti nelle democrazie occidentali.

Un’altra incognita riguarda il ruolo dell’oligarchia economica: il cambiamento di fronte di alcuni magnati della finanza e la differenza di vedute con i vari esponenti della Famiglia (il cerchio magico di Yanukovich) potrebbe condurre nei prossimi mesi a un rimescolamento di carte.

Sia per ciò che riguarda la formazione di un governo di transizione, sia per come schierarsi in vista delle elezioni. Bisognerà attendere almeno l’elezione del nuovo presidente per capire i piani europei dell’Ucraina; Bruxelles, già prima del vertice di Vilnius, fiutandone il fallimento aveva pensato a un eventuale rinvio della firma oltre il 2014, anno in cui Parlamento e Commissione Europea andranno rinnovati.

È improbabile che il governo tecnico-oligarchico che prenderà il posto di quello di Azarov nelle prossime settimane si occupi di questioni di politica internazionale.

Le priorità saranno i temi interni, dalla riforma della legge elettorale a quella della Costituzione. La durata della pausa nelle relazioni tra Kiev e Bruxelles dipenderà in realtà anche dalle mosse sull’asse con Mosca.

L’Ucraina infatti continua a stare nel limbo, visto che sino a oggi con la Russia non è arrivato nessun accordo determinante sul lungo periodo.

La Bankova ha virato verso il Cremlino con la speranza fare cassa rapidamente, ma le richieste russe, dall’entrata nell’Unione doganale al controllo del sistema dei gasdotti (gts), se torneranno all’ordine del giorno dovranno eventualmente essere fatte digerire sia all’opposizione sia alla popolazione.

Se nel passato decisioni analoghe hanno creato convulsioni solo a livello parlamentare, dopo le ultime grandi manifestazioni è probabile che scelte radicali provochino un nuovo scontro con l’elettorato europeista. Senza contare le frange più estremiste, che non sono state ancora disinnescate.

Se le future scelte di campo non porteranno benefici concreti per la gente comune, è possibile che il malcontento popolare si diffonda oltre le regioni occidentali, roccaforti dell’opposizione filoeuropea e antirussa, e dalla capitale Kiev si riversi verso i tradizionali feudi vicini a Mosca, dall’est al sud.

In assenza di stravolgimenti sul modello della rivoluzione del 2004, è prevedibile che l’Ucraina entri in una fase di distacco dal contesto europeo occidentale, provocato e andato a beneficio sì della Russia, ma del quale è responsabile in parte la stessa Unione Europea.

Finita l’emergenza, Bruxelles dovrà tentare di riprendere il dialogo a partire dal secondo semestre del 2014, che coincide con la presidenza italiana, ma se Yanukovich rimarrà alla Bankova sino alla scadenza naturale e probabile che rapporti costruttivi siano possibili solo con un altro presidente. Resta da vedere se la strada intrapresa dopo Vilnius sarà mantenuta o vi saranno deviazioni.

Nel caso di riallineamento con Mosca, è improbabile che nel breve periodo l’Europa riesca a ribaltare la situazione. Come si è visto nel passato recente, i diversi punti di vista a Bruxelles non hanno giovato alla strategia comune ed è perciò intuibile che i tentativi di non lasciare scivolare Kiev in maniera definitiva nell’orbita del Cremlino saranno riservati a singole iniziative.

La Polonia, che dalla Rivoluzione arancione alle recenti proteste sulla Maidan è diventata il grimaldello con cui aprire le porte dell’Ue alla vicina repubblica, avrà un ruolo di punta.

Non è un caso che la gestione del dossier Tymoshenko abbia visto protagonista l’ex presidente polacco Alexander Kwasniewski, che si è battuto sino all’ultimo per lasciare aperto uno spiraglio e firmare l’Accordo di Vilnius. Né è un caso che l’ambasciatore dell’Unione Europea a Kiev sia il polacco Jan Tombinski.

Varsavia, entrata nel 2004 nell’Unione Europea e già dal 1999 nella Nato, ha cercato di coinvolgere Kiev nel processo di integrazione nelle strutture europee e atlantiche, spinta dalle correnti d’Oltreoceano che in Polonia hanno sempre soffiato in chiave antirussa.

Il compito appare arduo, visto anche il precedente della Bielorussia di Alexander Lukashenko, che nonostante gli sforzi polacchi ed europei è rimasta sotto l’ombrello del Cremlino.

Uno sguardo andrà dato anche a come si posizionerà la Germania. Il nuovo governo di coalizione tra conservatori e socialdemocratici dovrebbe continuare la sua Ostpolitik orientata alle buone relazioni con la Russia, evitando di aprire sull’Ucraina una controproducente battaglia. Soprattutto bisognerà aspettare di vedere se il progetto dell’Unione Euroasiatica nato sotto la stella di Vladimir Putin prenderà davvero il via nel 2015 con la partecipazione dell’Ucraina.

Se Kiev firmerà l’intesa con Mosca, la strada per Bruxelles sarà definitivamente sbarrata.

Per approfondire: La storia del nazionalismo e della russofobia in Ucraina

3.02.2014
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