Il rischio di far saltare il tavolo (da La Stampa – 28.01.2014)

MARCELLO SORGI

È inutile nasconderlo: la pioggia di emendamenti, a centinaia, caduta sul testo della riforma elettorale, ha dato la dimensione effettiva delle difficoltà che accompagnano la nuova legge dal momento della sua presentazione. Finora si poteva pensare che nell’atteggiamento dei partiti o delle correnti che avevano minacciato di rovesciare l’accordo siglato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, e allargato al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, ci fosse una percentuale di bluff e un normale tasso di propaganda: nel senso che, mettendo in conto la possibilità che alla fine l’Italicum potesse non vedere la luce, ciascuno logicamente pensava ad attrezzarsi a quest’eventualità e a evitare di dover condividere la responsabilità di un naufragio.

Ma di fronte ad oltre trecento ulteriori proposte di modifica del testo presentate ieri in commissione alla Camera (anche se Renzi a tarda sera ne ha imposto il ritiro di una trentina firmate Pd), occorre guardare in faccia alla realtà: se non si troverà un’intesa, almeno tra i tre principali contraenti del patto per le riforme, per arrivare a cambiare il testo in modo condiviso, il processo riformatore potrebbe realmente arenarsi prima di cominciare, e la discussione partita a Montecitorio, con l’obiettivo di concludersi in tempi brevissimi, trasformarsi in un grimaldello in grado di far cadere il governo e portare ad elezioni anticipate.

Che questa, e non altra, sia la posta in gioco, lo ha detto chiaramente Renzi. E dopo giorni di polemiche e un evidente, ostentato, raffreddamento dei rapporti personali, a sorpresa è stato Enrico Letta a schierarsi con il segretario del Pd, spingendo contro ogni ipotesi di rottura e a favore dell’accordo, per salvare insieme la legge, il governo e la legislatura. Quanto a Forza Italia, insiste perché non sia snaturato ciò che era stato concordato tra Renzi e Berlusconi, e in particolare per far sì che il ritorno alle preferenze, escluso su richiesta del Cavaliere, non venga riammesso, magari grazie a una votazione parlamentare in cui i franchi tiratori potrebbero risultare determinanti.

Renzi, Letta e Berlusconi, in altre parole, si rivolgono ad Alfano. Il vicepresidente del consiglio e leader di Ncd, fin qui, proprio sulle preferenze, ha tenuto duro. Lasciare le liste bloccate, anche se piccole liste in cui i candidati sarebbero più riconoscibili, significherebbe per lui perpetuare il meccanismo del Porcellum, odiato dai cittadini e condannato nei sondaggi, dei parlamentari «nominati» dai capipartito e non scelti effettivamente dagli elettori. Si tratta di un argomento forte e sicuramente popolare, che ha trasformato Alfano, perfino al di là della sua volontà, nel leader di uno schieramento parlamentare trasversale, che annovera la minoranza del Pd, Scelta civica nei suoi due tronconi, Sel e Lega: un «fronte del No» che in commissione e in aula potrebbe riservare sorprese, e non solo sul controverso punto delle preferenze; ma che tuttavia ha nel rallentamento dell’iter della riforma l’unico vero punto di contatto.

Non va dimenticato infatti che Alfano, Monti e Casini, diversamente da Cuperlo, Vendola e Salvini, non hanno alcun interesse ad affossare la legge elettorale perché sanno che il governo difficilmente sopravviverebbe a questo. Il ritardo imposto dal rilancio delle riforme al nuovo patto per il 2014 che il premier stava negoziando depone in questo senso. E non a caso Alfano, previdente, alterna in questi giorni la pressione sulle modifiche da apportare alla legge elettorale ai richiami a Renzi e al Pd a sostenere più convintamente il governo. Occorrerà vedere, da oggi, che effetto avrà sul vicepresidente del consiglio, il nuovo atteggiamento di Letta, schieratosi più vicino a Renzi grazie anche alle sollecitazioni del presidente Napolitano, che a nessun costo ammetterebbe una marcia indietro, ora che il risultato è a portata di mano. L’accordo, sia sulla legge elettorale che sulle modifiche da apportarvi, non è affatto facile, comporta sicuramente dei sacrifici, e al momento, dopo la valanga di emendamenti depositati alla Camera, ha quasi le stesse probabilità di riuscita e di fallimento, ancorché le conseguenze, in un caso o nell’altro, sarebbero assai diverse. Per questo, sarebbe bene che tutti riflettessero e si impegnassero, prima di correre per davvero il rischio di far saltare il tavolo delle riforme.

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