Renzi, il nostro Pd ribelle e di frontiera (da Europa – 15.12.2013)

A Grillo il nuovo segretario del Pd dice: #beppefirmaqua. Rinuncia alla tranche di finanziamento in cambio di Senato camera delle autonomie, ridisegno sistema regionale, legge elettorale chiara.

Renzi, il nostro Pd ribelle e di frontiera
Pacificazione, fiducia, e un grazie a chi lo ha preceduto nella sfida della leadership del Partito democratico: Matteo Renzi diventa segretario e mette la sua passione da “rottamatore” al servizio di una nuova fase, una nuova stagione. Legando i destini del Pd e quelli dell’Italia, con molta enfasi su quel noi e quell’insieme che è stato il vero leit-motiv degli interventi di Enrico Letta e Guglielmo Epifani.

Ma senza rinunciare al cuore del messaggio con il quale ha vinto le primarie. Lo sottolinea con chiarezza, spiegando che cosa è la “rottamazione” come “bisogno di chi crede nella politica di un metto stacco rispetto al passato”. “Ha un senso – martella Renzi – difendere le nostre storie solo se siamo in grado di scrivere una pagina nuova, se noi mettiamo il luogo di presidenza del Pd nel museo e non sulla frontiera abbiamo perso il nostro spazio”. “Per me – prosegue il sindaco – il fine di un partito è il cambiamento del paese e il miglioramento della qualità della vita delle persone”.

Sulla legge elettorale, rinvia al calendario fatto d’intesa con Letta, dopo la legge di stabilità, ma deve essere una legge per il bipolarismo, la difesa dell’alternanza, oltre le larghe intese. Attacca la legge così come disegnata dalla sentenza della Consulta e sfida il mito della legge elettorale che garantisce la stabilità. Sono molti i modelli che possono andare bene: oggi la legge è incardinata alla Camera. “Entro la fine di gennaio, o la legge c’è o la politica ha perso la faccia”, insiste. E “con la massima disponibilità a tutte le forze politiche”. Movimento 5 stelle compreso (che, pure, Renzi attacca direttamente, nella persona, ad esempio, del capogruppo Riccardo Nuti).

Mantiene l’impegno di spingere per trasformare il Senato in Camera delle autonomie, e non più elettiva; per ridurre i soldi dei consiglieri regionali (che non possono prendere più di un sindaco di capoluogo, “e se vuole comprarsi le mutande lo fa con i soldi suoi”).

Ma è sui costi della politica che affonda, la “sorpresina” annunciata per Grillo: “Lo dico io Beppe firma qua, hai 160 parlamentari, se ti va. Sul decreto legge sul finanziamento dei partiti, vuoi che noi rinunciamo ai 35 milioni del prossimo anno del Pd? Bene, ma a una condizione. Non si fa un atto di resa: firma il nostro progetto di Senato, abolizione del modello istituzionale regionale come è ora, accetta legge elettorale in cui chi vince governa. Facciamo il primo passo, ci stai ad accettare di giocare in modo trasparente? #beppefirmaqui – usa il linguaggio di Twitter Renzi, tra gli applausi dell’assemblea.

Non ci sta alla retorica declinista, il neo-segretario: “Girate l’Italia e troverete tanta bella gente che ci sta aspettando nel futuro dove stiamo andando”. Una fiducia che guarda alla prossima sfida, quella delle prossime elezioni europee. Con un’Italia che serve all’Europa, non solo banche e tecnici, ma cultura e associazionismo: “Dobbiamo essere in quindici anni la guida dell’Europa”.

Di qui Renzi annuncia tre iniziative, tre appuntamenti incentrati sull’idea di produrre cultura come “motore di sviluppo”: a Trieste, poi a Palermo (“ho chiesto al sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, di essere in direzione, mi ha detto di no, ma le ho chiesto di introdurre il convegno sul Mediterraneo che faremo in Sicilia”) e un incontro con i circoli di un Pd dal basso, fatto di sindaci e amministratori (e il sindaco cita un passaggio della intervista di Europa a Arnie Graf, il community organizer di Ed Miliband).

A Enrico Letta propone un “accordo alla tedesca con tanto di tempistica per evitare la brutta figura dell’Imu”. Con al primo punto il lavoro, oltre le ideologie (“se stai dieci anni a discutere dell’articolo 18 …”) e con idee come il sussidio universale di occupazione e ilJobs Act. E, en passant, sui temi dell’innovazione, con una tirata d’orecchie per il nuovo regolamento dell’Agcom e la web-tax (“diamo l’impressione di essere un paese che rifiuta l’innovazione”). Tornare ad essere il partito del lavoro e dei lavoratori, discutendo con tutti (e la citazione d’obbligo è per Maurizio Landini con cui il feeling è consolidato, dalla differenza delle posizioni).

Spazio anche al tema dei diritti: Ius soli e superamento della Bossi-Fini, da un lato, e le unioni civili nel patto di coalizione (“che piaccia o non piaccia a Giovanardi”). Per la famiglia e la scuola.

Giacca e cravatta blu, camicia bianca, però, Renzi cita David Foster Wallace, Bobby Sands, Massimo Recalcati e la sua società orfana di padri, perfino Che Guevara. E molto i Negrita e la canzone che il segretario ha scelto come inno di questo cambiaverso del Pd: “Resta ribelle”, come chiama lui “La tua canzone”.

Quando sale sul palco è un filo emozionato, tra le bandiere del Pd che sventolano. Quando ne scende, però, non è già più il ragazzo che sfida gli apparati, il rottamatore che scarta e non si lascia imbrigliare. Ma il segretario di un partito che vuole portare (o riportare) sulla frontiera.

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