“…In fieri…” di Paola D’Angelo – 6° ed ultimo capitolo*

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17.05 diceva il display luminoso del cellulare. Matteo se ne stava saldamente seduto al suo posto di comando: la poltrona della scrivania in ufficio. Aveva appena terminato una  transazione vantaggiosa, si sentiva soddisfatto per il recuperato controllo di sé…

…L’idea di rintracciare la sconosciuta si era offuscata subito alla vista della famiglia, non appena rientrato a casa per il pranzo. Giuseppe, come d’abitudine, lo aveva tempestato di domande e aveva raccontato, con tutto l’entusiasmo di un bambino di otto anni, i minimi dettagli della mattinata a scuola, mentre Marta, ciabattando di malavoglia tra la tavola e il lavello della cucina, aveva sottolineato a ogni portata (insalata di riso avanzata dal giorno precedente, “caprese” di pomodori e mozzarella, banane), quanto impegno le fosse costato preparare il pranzo: “Senza gli affettati, dal momento che al negozio ci sono stati problemi di consegne, clienti incontentabili, scadenze da pagare, seccature varie….ehm”.

Allentò la cravatta e allungò i piedi sotto la scrivania. Si sentiva la gola secca e il desiderio di  bere, magari qualcosa di forte. Sì, era il giorno giusto per concedersi un goccetto, anche se stava ancora  lavorando. Aprì l’ultimo cassetto della scrivania, tirò fuori una bottiglietta di brandy e la portò direttamente alla bocca. Subito le sue papille gustative, molto sensibili ai sapori, ebbero una intensa scossa di piacere. Posò il liquore e ripensò a Marta che a metà del pranzo, versandogli con garbo supremo un bicchiere di Aglianico del Vulture, annata 2008, una delle migliori, aveva sfoderato uno dei suoi sorrisi più innocenti, di quelli che la facevano apparire più giovane, e aveva detto tutto d’un fiato:

“C’è un problemino al negozio, ma giuro che non potevo immaginare… Sai quanto lavoro ho. Non posso mica stare dietro a tutto, soprattutto ai documenti! Comunque, ha telefonato il commercialista, dice che mancano delle ricevute tra quelle che gli hai portato tu. Bisogna trovarle e fargliele avere al più presto. Sì, ecco… ha parlato di una multa. Dai non fare quella faccia. Non puoi sapere che mattinata ho passato!!.. In quel momento avevo la Biasetti…Hai capito chi è? Quella cliente ricca sfondata e rimbambita. Però è una che paga puntuale e di questi tempi….Poi mi dici sempre che non riesco nemmeno a farmi pagare dai clienti. Mica potevo farla aspettare!! Le critiche che ha potuto fare a questo e a quello, non le andava niente bene stamattina… Uff! Mi scoppiava la testa e così…non ho capito bene la questione del commercialista”.

Finalmente una pausa in quel fiume di parole e poi, quasi in un soffio di brezza primaverile, accompagnato da un battito di ciglia leggero e accelerato, servito su un sorriso da quindicenne: “Potresti richiamarlo tu e vedere  di che si tratta?”.

A Matteo quei sorrisi mettevano tristezza, gli ricordavano i tempi in cui aveva creduto di poter costruire una vita serena accanto alla moglie. Marta ne faceva ricorso quando voleva agire su di lui per qualche leggerezza compiuta.

Dopo quella richiesta, gli era passato l’appetito. Aveva brontolato una  protesta contro l’incapacità gestionale di lei, ma, come da copione, si era alzato per telefonare al commercialista, prendendo un appuntamento per il pomeriggio seguente. Marta gli aveva elargito un altro sorrisetto, questa volta di palese soddisfazione e, stranamente, se n’era scappata in cucina a riassettare, senza il minimo accenno al fratello e alla faccenda dei 10.00 euro. Questa volta Marta doveva averla combinata grossa con il commercialista, altrimenti non si sarebbe mai lasciata sfuggire una succosa opportunità di tormentarlo con quell’inetto di Antonio.

17.15. Era quasi ora di tornare a casa, ma quella sottile tentazione che gli ronzava nelle testa, aveva ripreso forza: salire in macchina e dirigersi al centro commerciale.

“La festa di compleanno a cui è stato invitato Giuseppe!!”, pensò all’improvviso, battendosi il palmo della mano sulla fronte. “Figuriamoci se Marta lascia il negozio alla commessa per accompagnare il figlio! ”. Guardò nuovamente l’ora – “Tempo tre minuti e mi chiama per dirmi di andare io” – pensò tra l’ironico e l’amareggiato, perché lei sembrava vivere solo per il negozio.

Squillo del cellulare. Il nome “Marta” lampeggiò a lungo prima che Matteo rispondesse. Conosceva già il contenuto della telefonata, conclusa la quale disse ad alta voce, quasi divertito: “Vorrei prendere un terno per ogni volta che ci azzecco!”.

Uscito dall’ufficio lo assalì  l’odore di salsedine portato dalla brezza marina,  misto a un presagio di primavera. Era inutile anche solo pensare a  una passeggiata sul Lungomare, disteso per chilometri lungo la costa cittadina. Ma quanto più sapeva che non poteva concedersi quel lusso, tanto più il desiderio si faceva pungente. Godersi il paesaggio mozzafiato del golfo, ampio e imponente con la sua corolla di monti. Camminare a passo lento e poi sedersi su di una panchina ad osservare i passanti, a immaginare le loro vite, rubando qualche brandello di conversazione. E poi sentire qualcuno alle spalle che pronuncia il tuo nome con piacevole sorpresa. Un amico che non vedevi da mesi. Fermarsi a parlare di sport e di donne, ridendo di qualche episodio della giovinezza. Bello il Lungomare, anche in una giornata nuvolosa come quella! Accantonò l’idea. Il tempo a disposizione era poco, non voleva deludere il figlio arrivando in ritardo.

Avrebbe dovuto riposarsi, era veramente stanco e contrariato. Salito in auto, si voltò sulla destra per eseguire la manovra e lo vide. Era lì abbandonato sul sedile del passeggero, il pacchetto della libreria acquistato qualche ora prima. Non lo aveva portato  a casa per evitare domande.

Prese in mano il libro, accarezzando con la punta del pollice la ragazza della copertina che gli sorrideva come se si conoscessero da sempre. Lo aprì a caso, circa a metà del volume, soffermandosi a guardare le lettere disposte in versi, in un primo momento senza leggerle. Quelle parole scritte sul foglio bianco emanavano una dolce armonia, come un disegno istintivo, un disegno dell’anima. Poi lesse:

Prati

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Una lacrima rigò la sua guancia, bruciò la pelle più di una fiamma. Una ragazza, vissuta negli anni ’30 del secolo scorso, aveva scritto quella poesia per lui, un uomo nato nel 1967. L’aveva scritta perché si risvegliasse dal torpore della sua esistenza anestetizzata, incapace di provare emozioni.

“…e che ciò che fingevi la meta è un sogno, il sogno infame della tua debolezza”.

“Il sogno infame della mia debolezza…”. Altre lacrime seguirono la prima, Matteo piangeva a singhiozzi come non gli era più accaduto da quando era bambino, ma allora ne conosceva il motivo. Quel pianto repentino invece gli era ignoto. Non era un pianto liberatorio, ma un urlo di strazio verso se stesso per aver lasciato che i giorni si dipanassero lungo il filo della sua esistenza, senza un progetto per cui valesse la pena vivere.

“E che progetto poi possiamo avere?”, pensò, stizzito per quel nuovo momento di debolezza. Scagliò il libro sul sedile posteriore e mise in moto.

Per leggere quanto finora pubblicato di “In fieri” vai a

*https://noidemsa.wordpress.com/in-fieri-di-paola-dangelo/

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