Malgrado la tragedia, il Bangladesh non può rinunciare al tessile di Valeria Cipollone (da temi.repubblica.it/limes/)

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[Le macerie del Rana Plaza, Savar, Bangladesh. Fonte: aa.com.tr]

Il crollo del Rana Plaza, in cui sono morte oltre mille persone, riapre il dibattito su un sistema di produzione che riduce i lavoratori in condizioni di quasi schiavitù. Dhaka non ha alternative. La proposta del Nobel Yunus.

Nella catena azione-reazione, la parola prevenzione non compare quasi mai. L’ennesima riprova viene dal Bangladesh.

Il crollo del Rana Plaza il 24 aprile è costato la vita a oltre 1.127 persone ed è il peggiore incidente della storia dell’industria tessile dopo quello di Bhopal in India nel 1984.

 Il disastro ha riacceso il dibattito sulle pessime condizioni dei lavoratori nel paese. Le rinnovate preoccupazioni hanno portato alla stesura di un accordo tra l’International Labour Organization (Ilo), i lavoratori, i sindacati e le imprese in loco. Oggetto dell’intesa un piano di ispezioni per incrementare il livello di sicurezza degli edifici e ridurre il rischio di incendi o altri infortuni sul posto di lavoro (una schematica spiegazione della struttura del testo è disponibile qui).

 Per ora hanno firmato circa 40 grandi aziende tra cui H&M, Benetton, Mango, Tesco, El Corte Inglés e molte altre; solo due sono americane: Pvh e Abercrombie&Fitch. Due giganti dell’abbigliamento, Gap e Walmart, al momento si sono astenuti. La prima ha dichiarato di non voler aderire al sistema di risoluzione delle controversie legali, che, nella versione attuale, la esporrebbe a un rischio di contenzioso troppo elevato. La seconda, invece, sta organizzando delle ispezioni bimestrali autonome nelle oltre 300 fabbriche di cui dispone nel paese.

 L’accordo ha rappresentato un sollievo per molti, una benedizione di Dio che ci lascia uno spazio per respirare” per Abdus Salam Murshedy, presidente dell’associazione esportatori del Bangladesh. Dopo tutto però, si tratta pur sempre di un primo passo: in quanto tale, non può essere considerato risolutivo.

Come scrive Syful Islam, reporter del Financial Express di Dhaka, alcuni elementi minacciano il buon esito del processo. In primo luogo, la maggior parte delle aziende del paese non è regolamentata. Inoltre, la mancanza di fondi adeguati e la corruzione potrebbero mettere a rischio l’attuazione delle clausole. Al di là della validità di queste soluzioni di breve periodo, per i diversi attori della catena di produzione si profilano numerose questioni interconnesse, che presentano anche risvolti geopolitici.

Gli investitori, a monte dell’intero processo, sono impegnati a gestire il punto interrogativo che pende sul futuro della manifattura. In principio fu la Cina: il grande sogno degli imprenditori che, in un istante o quasi, furono in grado di tagliare il costo del lavoro e di estendere notevolmente la produzione, aumentandone significativamente il ritmo. L’Europa guardava all’Oriente ricordandosi del suo 1800 e proiettando in quelle terre lontane (ma incredibilmente vicine, grazie alle moderne infrastrutture) l’immagine aggiornata della Rivoluzione Industriale.

 Sfruttando le tempistiche di una diversa evoluzione, la produzione ha potuto beneficiare di bassi costi nonché di basse rivendicazioni. Tuttavia, il livello dei salari è cresciuto notevolmente nel tempo; ciò riflette, come puntualizza il Wall Street Journal, uno spostamento della struttura del mercato del lavoro, che da un eccesso di offerta è passato a un eccesso di domanda.

 Di fronte a questo slittamento e al corrispondente incremento dei costi, le grandi aziende occidentali, specialmente quelle del settore tessile, hanno ulteriormente delocalizzato la produzione verso il Bangladesh e le altre nazioni vicine, come la Cambogia. Nel 1997, Krugman scriveva che l’arrivo massiccio delle multinazionali aveva sradicato il paese dalla povertà dilagante. Oggi l’export tessile di Dhaka conta per oltre 17 miliardi di dollari.

 “Non c’è una futura Cina. La Cina è stato un caso unico. Paesi come il Vietnam e il Bangladesh hanno un minore costo del lavoro ma non hanno la popolazione o le infrastrutture per fare quello che ha fatto la Cina”, ha detto in un’intervista al Financial Times Kevin O’ Marah della Scm World, co-autore di uno studio sui piani futuri di 300business leaders.

 Insomma, il Bangladesh non è cresciuto di pari passo con la sua economia, quindi le prospettive future sono più fragili e restano ancorate allo sviluppo più che accelerato degli ultimi anni. Per questo molti temono che, dopo i recenti episodi, un aumento del costo del lavoro dovuto all’incremento del salario minimo o all’introduzione di nuove misure di sicurezza possa generare l’emigrazione in massa delle aziende. Il momento è cruciale. La manifattura vive attualmente una fase di forte transizione, ma la direzione futura non corrisponde a quella osservata negli ultimi decenni. Alcune industrie stanno ritornando – o stanno pensando di ritornare – verso i paesi di origine.

 Agli estremi di questa catena globale, che si snoda attorno a processi complessi, ci sono due persone: il lavoratore e il consumatore, che si trovano in posizioni e, per certi versi, in epoche storico-tecnologiche diversissime.

 Le condizioni di lavoro in Bangladesh (come in altri paesi, si veda il caso della Foxconn in Cina) violano i diritti umani più basilari, rasentando la schiavitù. Sebbene possa sembrare un dettaglio, bisogna usare un linguaggio adeguato per evitare ulteriori risvolti negativi. Faustina Pereira, direttore dei diritti umani e dell’aiuto legale alla Brac, una Ong bengalese, ha affermato in un’intervista al Guardian che utilizzare parole come “schiavitù” per descrivere un lavoratore sfruttato ma legittimo può alimentare il rischio che le compagnie girino la testa dall’altra parte anziché riconoscere la propria colpa.

 “Dobbiamo arrivare a un punto in cui tutte le forme di abuso di lavoro e di sfruttamento sono considerate inaccettabili, ma spingere l’intera forza lavoro nella scatola della “schiavitù” non aiuta. Nel caso peggiore, minerà gli sforzi di riforma degli standard del lavoro e in più ridurrà la realtà della vita a quella di una persona intrappolata nella peggiore forma di schiavitù moderna, dove non ci sono opzioni, nessuna via di fuga”, ha detto Kevin Bales, attivista e co-fondatore di “Free the Slaves”.

 Dall’altro lato invece, per esercitare un consumo responsabile, quale dovrebbe essere l’azione giusta da esercitare di fronte a magliette importate a poco prezzo?

Il boicottaggio serve a poco, danneggia l’industria che sostiene il Bangladesh anziché aiutarla in un percorso di progressiva emancipazione da condizioni troppo dure. Una delle proposte sul tavolo, che richiederebbe l’aiuto della parte finale della catena del valore, è quella di Mohammed Yunus, ideatore del concetto di microcredito.

Il premio Nobel per l’Economia ha proposto un piano che prevede l’aumento di 50 centesimi di dollaro sul prezzo finale di ogni capo prodotto in Bangladesh, al fine di creare un fondo di circa 1.8 miliardi di dollari (qualora tutte le industrie presenti nel paese accettassero), successivamente gestito da un’organizzazione per il welfarebengalese.

“Quello che abbiamo visto alla televisione“, dice Yunus, “ci ha reso coscienti di dove la disfunzione del sistema ci ha condotto fino ad ora.”

Ma il sistema, per quanto complesso, strutturato e delocalizzato, resta formato da persone e dai loro rapporti. E su questo capitolo ancora molto si può fare.

7.06.2013)