Le politiche familiari per il bene comune di Stefano Zamagni*

Settimana_Sociale
Estratto dalla relazione del Prof. Stefano Zamagni tenuta alla 47° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani 12 – 15 settembre 2013: La famiglia, speranza e futuro per la società italiana”

….3. Proposte economicamente possibili e agevolmente trasformabili in progetti operativi

3.1. Che fare, allora? La risposta più concreta e più efficace che mi sento di suggerire è: dare attuazione, in modo progressivo ma sistematico, al Piano Nazionale per la Famiglia approvato dal Consiglio dei Ministri il 7 giugno 2012.

 Si badi che questo è stato il primo piano che l’Italia si è finora data per le politiche familiari. (Se si prescinde dalla peraltro controversa revisione dell’ISEE approvata nel giugno 2013 – il cosiddetto “riccometro” impiegato per selezionare l’accesso ai servizi da parte dei portatori di bisogni – e dall’aumento delle detrazioni per figli a carico, da 800 a 950 euro annui per figlio, reinserito nell’ultima legge di stabilità, null’altro di quanto scritto nel Piano è stato finora realizzato).

            Raggrupperò le proposte per dare attuazione al Piano in tre classi di provvedimenti; selezionati secondo il duplice criterio della sostenibilità finanziaria pubblica e dell’urgenza. Preferisco di gran lunga un approccio per così dire di tipo pragmatico basato sul gradualismo ai tanti tentativi esperiti nel passato recente per arrivare alla “grande riforma” dell’istituto familiare. Si è poi visto l’esito di questa forma di massimalismo.

Nell’Unione Europea, nell’ultimo quindicennio, tutti i paesi, eccetto due, si sono adoperati a favore della famiglia: il reddito minimo in Spagna; il piano nidi in Germania; misure base contro le povertà in Portogallo; fondo per la non autosufficienza in Francia; ecc. Gli unici due paesi che non hanno varato neppure una riforma nazionale lungo i tre assi della povertà, non autosufficienza, prima infanzia sono il nostro e la Grecia! Le tre classi di provvedimenti cui farò riferimento concernono: a) il fisco e la revisione delle tariffe; b) gli interventi di armonizzazione tra famiglia e lavoro; c) l’innovazione dell’assetto istituzionale per renderlo capace di accogliere il principio di sussidiarietà circolare. Tuttavia, prima di entrare nello specifico, desidero premettere un’osservazione di carattere generale.

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Osserva correttamente Giuseppe Dalla Torre (2013) che il legislatore italiano del 1975, riformando il diritto di famiglia, ha liberato la stessa dalle funzioni sociali, educative, assistenziali e produttive che storicamente l’avevano sempre connotata. È accaduto così che la famiglia sia stata ridotta a mero luogo degli affetti. Un’operazione di riduzionismo questa che – passata inosservata all’inizio – sta avendo conseguenze devastanti per il futuro della famiglia.

Infatti, se con quell’espressione si intende significare che la famiglia esiste ed ha ragione di esistere nella misura in cui perdurano rapporti affettivi, allora si deve concludere che ogniqualvolta quei rapporti vengono ad interrompersi la famiglia non ha più senso. Non ci voleva molto a comprendere quali implicazioni pratiche sarebbero derivate da tale insostenibile posizione. (Ma, forse, l’attenzione del legislatore dell’epoca era indirizzata altrove!).

Perché, come scrive Francesco D’Agostino (Avvenire, 11 aprile 2013) il matrimonio, su cui è fondata la famiglia, non esiste per garantire la sensibilità dei coniugi, ma per consentire la costruzione di comunità familiari, alle quali la società, per mezzo dello Stato, affida i progetti intergenerazionali di convivenza. Tanto è vero che si agevola economicamente e giuridicamente la famiglia perché si riconosce (art. 31 Costituzione) che essa è un’organizzazione con fini produttivi e non meramente affettivi. Questi ultimi sono bensì rilevanti e presenti nella famiglia, ma l’affetto non è certo una categoria giuridicamente rilevabile.

Ecco perché occorre recuperare, e in fretta, la concezione della famiglia come “prima impresa”, come punto di riferimento socio-economico fondamentale per l’intera società. Non si può continuare a tenere in vita, nel nostro ordinamento giuridico, il dualismo tra il modello familiare e il modello imprenditoriale – un dualismo che non può certo farsi risalire alla Costituzione, la quale si muove in tutt’altra direzione.

All’origine di tale frattura ha contribuito anche la posizione – difesa certamente in buona fede – di una componente della nostra tradizione cattolica che ha sempre dato pressoché esclusivo rilievo alla dimensione della spiritualità della famiglia. Ma ciò non basta, perché la famiglia è un bene umano fondamentale, prima ancora di essere un bene cristiano, ed in quanto tale, la sua dimensione sociale ed economica non può essere lasciata ai margini del discorso politico.

La nozione di bene comune familiare non è compatibile con una certa visione intimistica e in fin dei conti ideologica della famiglia che la considera alla stregua di una tra le tante modalità di vita degli individui. Discende di qui quella metodologia giuridica che parcellizza i diversi aspetti della realtà familiare, con il che la famiglia viene, di volta in volta, considerata luogo degli affetti, ente che garantisce la trasmissione della proprietà, soggetto erogatore di servizi di welfare e così via. Una “legge quadro” sulla famiglia, da tempo attesa e da più parti invocata, dovrebbe ricomporre quanto è stato artificialmente diviso con la riforma del 1975. (Dopo tutto, sono già passati quasi quarant’anni!)…

13.09.2013

*Ordinario di Economia politica, Università di Bologna

Per scaricare il testo integrale della relazione del Prof. Stefano Zamagni vai a

http://www.settimanesociali.it/settimane_sociali_dei_cattolici_italiani/news/00012158_Per_una_politica_della_famiglia.html

Per scaricare il Documento preparatorio della 47° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani vai a

http://www.avvenire.it/Chiesa/Documents/settimanesociale.pdf

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